Riflessione sul vangelo XXX Domenica del Tempo Ordinario Anno C

Continua l’insegnamento di Gesù sulla preghiera. Domenica scorsa abbiamo riflettuto sulla necessità di pregare «sempre» perché senza preghiera non c’è fede e senza fede non c’è salvezza. Invece, nel vangelo di questa XXX Domenica del Tempo Ordinario, Gesù ci insegna quale deve essere la condizione interiore per una preghiera autentica: tale condizione è l’umiltà profonda del cuore. Immagine di questa umiltà è la figura del pubblicano, non perché peccatore, ma perché egli sa che di fronte alla maestà divina, l’uomo non può neppure alzare lo sguardo. Alla luce di Dio l’umile riconosce la propria piccolezza e la propria miseria e non può dire altro che: Abbi pietà di me, Signore!

Che l’umiltà richiesta sia autentica ne è prova il non giudicare gli altri. Beninteso, tutto ciò che il fariseo dice di sé stesso e del pubblicano è vero, ma chi conosce la fatica richiesta per vivere la virtù cristiana, sa che la via della conversione non è priva di cadute, di fragilità, di peccato e per ciò non giudica.

Solo la preghiera che sgorga da un cuore umile ha la capacità di rag­giungere il cielo e sostare al cospetto di Dio finché venga accolta ed esaudita. Questa è la preghiera del pubblicano che non osa chiedere se non misericordia e perdono: è una preghiera che loda Dio per i suoi doni e non l’uomo per i suoi meriti, una preghiera che ha come destinatario Dio e non l’uomo, il creatore e non la creatura, che è capace di sollevare lo sguardo dalla terra per volgerlo verso il cielo.

Mettersi, dunque, al cospetto di Dio in atteggiamento di umiltà è condi­zione indispensabile per essere da Lui accettati, accolti, e giustificati. Ricono­scere la propria povertà e miseria e, soprattutto, la condizione di essere pec­catori e mai puri agli occhi di Dio, perché neanche i cieli, e i cieli dei cieli sono puri agli occhi suoi, è lo stato indispensabile per essere da Lui perdonati e purificati.

La preghiera del pubblicano è un autentico dialogo, in cui emerge la verità delle persone coinvolte, la loro identità (Dio e l’uomo; la creatura e il Creatore), ma soprattutto si rivela il loro volto: quello del Dio buono e quello dell’u­mile peccatore, che per questo sarà esaltato alla dignità di figlio. Il pubblicano si batte il petto: la sua conversione è sincera, perché tocca le fibre profonde del suo essere; il senso del peccato è vivo in lui, non essendo sem­plicemente sentimento di colpa, come accade nella infrazione della legge, quando la coscienza ci fa percepire, quasi sensibilmente (cioè l’effetto del morso del male), la sua violazione. Il senso del peccato, invece, è la grazia di conoscere inti­mamente la frattura di una relazione interpersonale. Si tratta, appunto di un dono, poiché sia il peccato sia l’anima sono un abisso insondabile all’esercizio ordinario della ragione. In questo senso, più che l'”atto” è importante lo “stato” dell’uomo. Infatti, sentire che “io sono peccatore” è più importante che riconoscere: “io ho peccato”.

La preghiera del pubblicano è una “preghiera del cuore”, che è la dispo­sizione a precipitare la mente nel cuore: egli si commuove interiormente per la sua miseria confrontata alla bontà di Dio che lo ha perdonato, e di ciò ha certezza interiore, poiché è sceso nel cuore e vi ha trovato l’Amore. Non così per il fariseo; anche lui è salito al Tempio, ma volge lo sguardo su di sé, per svolgere – tra sé – un mono­logo sterile ed ipocrita. Ha proiettato su Dio la propria immagine, ha fatto di Dio un fariseo, attento scrutatore dei precetti e delle regole che lo distinguono dagli altri uomini. Non conoscendo Dio, non può conoscere neppure sé stesso, non riesce a scendere nel cuore, la sua mente rimane ingabbiata in un calcolo di meriti: egli, in fondo, non prega, si riflette, poiché, il centro del ragionamento è il suo «io», in quanto capace di fare cose che sollevano il suo corpo – ritto – all’altezza di Dio a tal punto da rendersi giudice inflessibile sugli altri.

Il fariseo spesso si cela in ogni credente quando si pone dinanzi a Dio con la presunzione di dover ottenere ascolto, perché si ritrova fedele e integro. O quando, confrontando il proprio operato con quello di chi gli sta accanto, loda la propria forza e la propria perseveranza, senza accorgersi che il suo cuore si sta allontanando da Dio a tal punto da non accogliere e ascoltare ogni suo fratello.

È facile ergersi a giudici degli altri, ma difficile riconoscere con umiltà la miseria del proprio cuore e chinare il capo dinanzi a Dio, riconoscendo l’infi­nito bisogno della sua pietà.

Si preferisce stare ritti davanti a Lui, anziché abbassare gli occhi dinanzi al suo penetrante sguardo d’amore e dire “Padre ho peccato”‘

E sempre il tempo opportuno e favorevole per tornare al Signore, per lasciarsi avvolgere nel suo abbraccio di infinita misericordia, con la certezza che «// Signore riscatta la vita dei suoi servi, chi si rifugia in Lui non sarà condannato» (Sal 33,23).

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