Riflessione al Vangelo della XIV DOM del T. O. Anno B

La pagina evangelica di questa domenica – XIV del tempo Ordinario – ci  parla del rifiuto dei nazaretani nei confronti del loro compaesano Gesù. 

L’evangelista Marco (cf. 6,1-6) narra il ritorno di Gesù nella sua patria. Quando una persona ritorna nel proprio paese, solitamente, c’è gioia, tutti lo accolgono e sono desiderosi di ascoltarlo, ciò non è avvenuto in pieno nella vita di Cristo; è possibile pensare che la cerchia ristretta dei parenti ed amici di Gesù lo abbiano accolto con amore, ma i suoi conterranei gli sono ostili.

 Gesù è venuto a Nazaret per annunciare e avviare l’attuazione della salvezza. Suo ardente desiderio è svelare, a quelli che per conoscenza e consuetudine di vita sono a Lui più vicini, il grande segreto che Egli custodisce nel suo cuore: Dio vuole la nostra salvezza. Ma il desiderio di Gesù viene frustrato dalla muta «non accoglienza» e dall’esplicito rifiuto dei suoi compaesani.

 Una espressione che potrebbe farci riflettere è «si scandalizzavano di Lui»: noi aggiungiamo: perché tutto questo? I paesani di Gesù si aspettavano da Lui gesti strepitosi, progetti faraonici che avrebbero reso famosa la piccola Nazaret, ma il Signore è su un’altra linea: quella della kenosis, dell’abbassamento, dell’umiltà di far crescere nel silenzio il Regno di Dio, non c’è posto nel cuore di Cristo per il successo, per l’affermazione personale; ciò che vale per Dio è quello che è considerato piccolo dal mondo.

 L’evangelista Marco ci tiene a sottolineare questo «scandalo» della predicazione di Gesù che lo porterà ad essere solo nel momento della morte: ci saranno solo la Vergine Maria e Giovanni sotto la croce che incarnano la fede, la «comprensione del mistero» che va al di là di ogni logica umana.

 Viene così confermata – osserva Gesù – la sorte dei profeti che non sono riconosciuti nella loro patria. Il vero profeta non accetta i compromessi, i silenzi necessari che gli uomini adottano per fare carriera; il profeta di Dio «cammina per la sua strada» che è un sentiero di sofferenza, solitudine, incomprensione ma è felice di vivere in Dio; chi vive con un cuore «radicato in Cristo» non desidera altro che la bella notizia del Vangelo sia annunciata a tutte le genti. E l’evangelista aggiunge che Gesù «si meravigliava della loro incredulità»: per questa mancanza di fede, Egli non poté operare a Nazaret nessun prodigio. I nazaretani diventano per noi oggi il «segno» della incredulità, è questo il grande peccato: rifiutare Cristo, si ricordi quello che Giovanni scrive nel suo vangelo: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (1,11). Peccare significa rifiutare la luce del mondo, Colui che può illuminare il cammino dell’uomo, Colui che illumina le nostre tenebre e scaccia ogni paura presente nell’intimo del cuore umano. Rifiutare Cristo significa rinunciare all’amore, alla felicità al quale Dio ci chiama in ogni momento.

 L’incredulità dei nazaretani sta a ricordare che molte volte possiamo cadere nell’errore di non riconoscere Cristo nell’oggi. L’incredulità, tentazione di sempre, si ripropone in forme culturalmente diverse in ogni tempo. E fondamentale prenderne coscienza per affrontarle nel modo giusto e superarle. Ricordando però che la fede è anzitutto dono: è grazia. Grazia da invocare e accogliere con umiltà, fiducia e generoso impegno.

 È necessario, allora, che nella comunità cristiana, ogni battezzato chieda l’aiuto allo Spirito Santo nel riconoscere il Cristo mandato dal Padre, ora vivente e presente, sacramentalmente nella sua Eucarestia e in ogni bisognoso, nel malato, nel bambino che viene al catechismo, nell’anziano che chiede una parola di conforto, nei ragazzi che vivono nelle nostre parrocchie, nei volti a noi poco simpatici, in coloro che ci maltrattano e ci giudicano male, in tutti coloro che sono abbandonati, poveri, peccatori bisognosi di misericordia, lì noi dobbiamo far ritrovare il Cristo Risorto che risplende con il suo volto di gloria.

 Ai nazaretani il Cristo chiede una profonda conversione, lo chiede anche oggi alla sua comunità: desidera da noi una fede che dev’essere intesa come totale fiducia in Lui, abbandono in Lui; desidera da noi una fede non spettacolare ma una fede fondata sulla sua Parola, nella più «profonda empatia» con il suo santissimo Cuore che ama coloro che lo servono nell’umiltà e nella verità.

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