Riflessione al Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario

Nel racconto del Vangelo di questa XIII domenica del Tempo Ordinario si parla ancora di la fede nella Parola e nella Persona di Gesù. Difatti, due personaggi diversi che lo riconoscono Signore della vita e della morte. Si tratta di Giairo, disperato per la sorte della figlia, va controcorrente rispetto a quanto l’ambiente farisaico pensa di Gesù e non esita a manifestare apertamente ciò che magari già in cuor suo credeva e chiede implorante l’intervento a Colui che egli riconosce come Signore e Maestro. 

E dell’emorroissa, l’anonima donna che, sofferente da dodici anni, dice a se stessa: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. Ella non osa neanche manifestare il suo bisogno, ma crede ugualmente alla capacità di Gesù di guarirla e anche lei, per la sua fede, ottiene il dono della salvezza.

Sono miracoli che, pur diversi tra loro per i particolari e per le circostanze, hanno tuttavia in comune non soltanto il fatto di essere cronologicamente collegati e come “collocati l’uno dentro l’altro”, ma soprattutto una fondamentale e condizionante premessa: cioè la fede viva e lucida di quell’uomo e di quella donna nella potenza sovrana e misericordiosa del Signore Gesù. Non importa che l’uno preghi per la figlia e l’altra per se stessa; non importa che l’uno preghi con aperta, insistente parola e l’altra preghi senza proferire alcun suono esterno. Quel che importa è il fatto che entrambi sono mossi ed internamente illuminati da una fede forte e coraggiosa. E proprio come premio e risposta a questa loro fede segue la duplice guarigione miracolosa: è risuscitata la bambina; è risanata la donna (cf. Mc 5,21-43).

Il miracolo compiuto nella casa di Giairo mostra più di ogni altro quanto sia immenso il potere di Gesù e della sua Parola sul male e sulla morte, dimostrazione chiara che Egli è davvero il Signore della vita e il vincitore della morte.

Il caso della figlia di Giairo lo si può paragonare con la situazione dell’attuale società. Secondo quanto ci insegna la fede, la causa prima del male, dell’infermità, della stessa morte, è il peccato sotto le sue diverse forme. Nel cuore di ciascuno e di ciascuna sta questa infermità che ci colpisce tutti: il peccato personale, sempre più radicato nelle coscienze, nella misura in cui si perde il senso di Dio! Non si può vincere il male con il bene se non si ha questo senso di Dio, della sua azione, della sua presenza che ci invita a vivere nella Sua grazia, per la vita, contro il peccato, contro la morte. Ed è qui che si giocano le sorti dell’umanità. Quando l’uomo vuole costruire un mondo (familiare, sociale…ect) senza Dio, questo mondo finirà per ritorcersi contro lo stesso uomo. Occorre reagire e lottare con coraggio contro il peccato, contro le forze del male in tutte le sue forme. Vincere il peccato mediante il perdono di Dio che guarisce, risuscita. Però per tale battaglia è necessario possedere una fede illuminata, robusta, intrepida. Ma la fede – come un organismo fisico, che s’irrobustisce e si sviluppa – deve accrescersi man mano che si accresce l’età. La fede dei battezzati dev’essere resa sempre più vigorosa, più matura, “più adulta” per essere testimoni di Cristo in un mondo sempre più secolarizzato. Nel nostro tempo storico, più che in passato, c’è un maggior bisogno di fede, di cristiani docili allo Spirito Santo che con i singoli suoi doni, esige la risposta della volontà, lo sforzo necessario per far fruttificare i suoi doni: il Signore, infatti, non dispensa mai l’uomo dall’impegno della corrispondenza e della collaborazione. Difatti, se la grazia è del Signore, la fede è dell’uomo: la fede in Gesù ha provocato la guarigione dell’emorroissa e la risurrezione della fanciulla. Gesù che è Dio, non può che essere la vita ed è portatore di vita. Anche noi, nonostante le situazioni difficili in cui ci si potrebbe trovare, continuiamo ad avere fede in Lui per compiere nel mondo il miracolo dell’amore di Dio, che mai è insensibile alle necessità dei suoi figli.

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