Riflessione sul Vangelo della VI Domenica di Pasqua

Il filo conduttore di queste domeniche di Pasqua è l’amore. Oggi, sesta domenica di Pasqua, la liturgia ci invita ancora una volta ad amare, a credere nell’amore di Dio per noi ed a comportarci di conseguenza, ad essere capaci di dare la vita per i fratelli.  Le parole di Gesù riportate nel Vangelo sono quelle che disse ai suoi discepoli nella veglia della sua passione: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore” (Gv 15,10). Quali sono questi comandamenti?

Prima di tutto il comandamento dell’amore fraterno: il Cristo desidera che, osservando il suo comandamento, amandosi gli uni gli altri come Egli stesso li ama, i suoi discepoli siano strettamente uniti tra loro e allo stesso tempo uniti a suo Padre. “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9). “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).

Il Cristo ha chiamato, innanzitutto, i Dodici a condividere l’amore che Egli vive pienamente nella comunione del Padre e dello Spirito. Essi dovevano costituire il centro della nuova comunità, la comunità della vita divina in mezzo agli uomini. Ed è stato partendo sempre da questo modello che si è costruita la Chiesa attraverso i secoli. E ancora oggi tutte le comunità cristiane, costituite attorno al ministero apostolico, continuano ad essere le comunità fondate dal Cristo, unite dall’amore del Padre, chiamate a vivere la stessa vita di Dio nella quale il Redentore le introduce per virtù dello Spirito Santo. Così anche noi, comunità cristiana invitata a vivere di questo mistero di amore divino. «Rimanete nel mio amore!»: quando Gesù ci parla così ci dice che ci vuole molto vicini a Lui. Ci vuole obbedienti, per amore, alla volontà del Padre, cioè alla vocazione divina che dà un vero senso alla vita cristiana. Per questo, Gesù ci segue dicendo a ciascuno: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” (Gv 15,9). Il nostro amore verso Dio e verso il prossimo per Dio, si manifesta nella perseveranza quotidiana nel difficile compito di conformare la nostra condotta agli ordini del Signore. Solo così ameremo con fatti e in verità (cf. 1Gv 3,18). Oggi il Cristo ci chiama, a sua imitazione, ad aprire la nostra vita agli altri con il dono di noi stessi e a conoscere così la felicità di una generosità feconda.

            Il primo luogo, in cui la vita d’amore di Dio viene condivisa, è la famiglia. La famiglia, nella quale si viene messi al mondo, nella quale si impegna la propria vita uno per l’altro, l’uno con l’altro, è il primo luogo dove l’amore creato a immagine di Dio può rendere viva la sua somiglianza con il Creatore. È vero che nella nostra epoca la situazione della famiglia conosce molte contraddizioni. È screditata da alcuni che rigettano quelle che considerano le sue costruzioni. Certamente tutte le famiglie hanno i loro limiti e restano al di qua della loro alta vocazione. Ma sappiamo quale ferita segna coloro che sono privati di ciò che l’ambiente familiare apporta naturalmente al loro sviluppo di bambini, di adolescenti, di uomini e donne.  

La vocazione della persona umana è di amare ed essere amata. Ed è per mettere in luce questa vocazione che dobbiamo ritornare sempre alla parola del Cristo e degli apostoli che ci rivelano l’inesauribile fonte dell’amore, che è la vita stessa di Dio. È nel seno di una famiglia unita e stabile che se ne fa anzitutto la scoperta. È qui che si viene ricevuti incondizionatamente senza dover giustificare la propria presenza. E inoltre, più si è fragili e vulnerabili e più si è sicuri della tenerezza degli altri. È qui che si impara ad esistere. È qui che si costruisce progressivamente la propria personalità. È qui, ancora, che si impara ad essere amati, ad amare l’altro, ad amare se stessi. Vi si fa anche la scoperta della prova, dei conflitti e delle sofferenze; la famiglia è poi il luogo in cui l’amore può arrivare fino a “dare la propria vita” per coloro che si amano, secondo la parola stessa di Gesù, e quindi a sostenere colui che attraversa la tempesta, a guarire le ferite, a conoscere quale gioia dà una necessaria padronanza di sé per un buon rapporto con l’altro e quale felicità viene da una riconciliazione nella verità.

 

A ogni famiglia Cristo dice: “Voi siete miei amici se farete ciò che io vi comando… ma vi ho chiamati amici” (Gv 15,14.15). Significa dire che la piccola comunità familiare partecipa alla vita della grande comunità ecclesiale, particolarmente per la celebrazione dei sacramenti; e tutto ciò si manifesta specialmente con l’Eucaristia domenicale, grazie alla quale la vita familiare nel suo insieme diventa un cammino per la fede e vita al seguito di Cristo.

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