Riflessone sul Vangelo della XXV Dom del T. O . Anno B

Gesù Cristo era ben cosciente della dolorosa prova definitiva che lo attendeva e alla quale sarebbe stato sottoposto dagli uomini, ai quali era stato inviato dal Padre per restaurare il Regno di Dio. Infatti, nel brano del Vangelo di questa domenica XXV del Tempo Ordinario, Marco scrive: «Gesù attraversava la Galilea coi suoi discepoli, e li istruiva dicendo loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”».

Questa espressione non doveva risultare difficile da capire. Gesù era buono, ma si sapeva che aveva molti nemici. La Verità genera l’odio: che qualcuno volesse ucciderlo, non faceva meraviglia: «… ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà» (Mc 9,31).

 Quando l’evangelista Marco dice che gli apostoli «non comprendevano queste parole», non si riferisce tanto a questa espressione di Gesù, quanto a quest’altra: «una volta ucciso, dopo tre giorni, risorgerà». Risorgere dopo di essere stato ucciso? Inaudito!

La prova, quella stessa prova vittoriosa a cui Cristo stesso si sottomise, offrendo la propria vita in sacrificio per i peccati del mondo, ci invita a riflettere su tutto quel male che è nel mondo generato dall’orgoglio e dallo spirito di contesa e che si nasconde nel cuore dell’uomo, corrotto dalla concupiscenza, e che lo porta al peccato e a provocare ingiustizia, sofferenza e morte. Gesù è chiaro: l’uomo di sempre è schiavo delle proprie passioni, povero di sapienza, egoista: cerca i primi posti, è arrivista. Ma il primo posto lontano da Cristo sancisce il fallimento personale, sociale e la non salvezza. Difatti, la ricerca dei primi posti fa adottare mezzi illeciti, semina vittime, travisa il vero senso della vita, imposta scorrettamente le relazioni interpersonali, privilegia le cose rispetto alle persone, travisa la realtà, fa confidare in se stessi più che in Dio. Tale logica genera e diffonde il male in tutto il modo umano.

Per questo Gesù venne ad insegnare l’umiltà e l’arrendevolezza e, nel contempo, rivelando un’identità del Messia diversa dall’immaginario collettivo giudaico, che salva l’uomo non con la potenza e la forza, ma attraverso il dono di sé compiuto per amore. Nel brano del Vangelo, Gesù avverte i suoi discepoli che il male è prodotto dalla sete di dominio e di potere che si annida nel cuore di ogni uomo, un male di cui loro stessi non ne sono esenti, difatti, proprio loro, che vivono più vicini a Gesù, gli apostoli, discutono “tra loro chi fosse il più grande” (Mc 9,34) nel “regno” che Egli era venuto ad annunciare.

Gesù, dopo essere giunto a Cafarnao, entrando in casa, si siede, chiama tutti i discepoli, cioè tutti i «Dodici», e insegna loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Come dire: chi vuol essere il primo, sarà accontentato: ma solo se saprà scegliere di servire!

Gesù inculca esattamente questo principio: vuoi essere il primo nel Regno dei cieli? Sii l’ultimo sulla terra, poiché in cielo «i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi». Questo è il modo di esercitare l’autorità tra loro e nella Sua Chiesa e quindi anche il modo di essere Chiesa: non come colui che domina, ma come colui che serve. Gesù stesso si presenta come modello, nella missione di instaurare il Regno di Dio, di fondare la Chiesa, della quale è il Capo e il legislatore supremo: Egli venne per servire e non per essere servito (cf. Mt 20,28); non si impone, ma serve per amore, fino al punto di dare la vita (cf. Gv 15,13). È questa la sua forma di essere il primo.

L’affermazione di Gesù è pacificante, perché mette tutti nella stessa condizione di porsi al servizio di Dio e degli altri. Il gesto di Gesù di porre al centro un bambino non lascia dubbi: occorre un «cuore di povero» per lasciarsi convertire allo stile dell’amore, che sconvolge tutti i criteri umani. Gesù è straordinario: sta volentieri con i bambini, ridona dignità alla donna, ricupera gli emarginati, va in cerca dei peccatori, dona speranza agli sfiduciati, guarisce le ferite della vita, porta il perdono di Dio che rigenera, invia a cambiare il mondo con l’arma dell’amore. Questo scandalizza, e insieme fa riflettere seriamente.

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