Riflessione al vangelo della XXXII Dom del T. O. Anno B

Il vangelo di questa domenica parla di una vedova che dona tutto ciò che ha per vivere, credendo nella divina provvidenza, senza alcuna promessa di Gesù o di un altro profeta.

Gesù si trova nel cortile delle donne, dove sono collocati i contenitori in forma di trombe per la raccolta delle offerte. Egli osserva la folla dei pellegrini e devoti che gettano le monete nel tesoro e nel frattempo Gesù avverte i suoi discepoli di guardarsi dagli scribi, vanitosi divoratori dei beni delle vedove. Attirato da una povera vedova, nota che a differenza di tanti ricchi, ella getta nell’imbuto “due spiccioli, cioè un quattrino”. Sono piccole monete di rame che si distinguono facilmente dai sicli d’argento dei ricchi.

E rivolgendosi ai discepoli, Gesù dice loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Con questo Gesù vuole insegnare che l’offerta a Dio non si misura dalla quantità, ma dall’intenzione che essa esprime. D’altra parte quello che si offre a Dio è ancora un dono che proviene dalla sua azione benefica di creatore. I ricchi pensano di essere generosi con Dio contribuendo alle spese del Tempio con i propri soldi. La povera vedova, mettendo nella sua offerta tutto quello che le serve per vivere, ha consegnato la sua vita nelle mani di Dio come attestazione del suo credere che Dio si prende cura dei piccoli e dei deboli, degli orfani e delle vedove. La generosità di questa vedova significa “fare e dare tutto” con pieno abbandono alla Provvidenza e, di sicuro, vuole significare anche “fare e dare tutto” con amore totale verso il prossimo. E il Padre, che vede “tutto” nel segreto, sarà generoso con chi è generoso! “Una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata in grembo”, promette Gesù (cf. Lc 6,38).

Mentre non il premio, ma la condanna è riservata agli scribi usurai: “essi riceveranno una condanna più grave”, dice Gesù. Perché? Gesù associa l’immagine della vedova – che “nella sua povertà ha donato tutto quello che aveva” – con l’immagine degli scribi usurai che donano al Signore ciò che hanno rubato alle vedove e agli indigenti. Tutti vedevano, ma solo Gesù osservava. Agli amministratori del Tempio interessavano di più le ricche donazioni, non importa da dove venissero. Gesù – Figlio di Dio – guarda e vede “nel segreto”, e promette nel suo cuore un grande premio per la vedova nei cieli, e una condanna “più grave” per gli usurai, invece dell’atteso premio per le grandi offerte! Gesù accusa gli scribi di un altro peccato: nomina infatti alcune piccole vanità come il “passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze e i primi posti nei banchetti”, associandolo agli enormi delitti come il “divorare le case delle vedove”. Ma non c’è chi non veda lo stretto rapporto tra quelle vanità e quel delitto: quest’ultimo era commesso solo per soddisfare quelle vanità apparentemente innocenti! Quelle vanità abituavano certi scribi di allora a considerarsi superiori agli altri. E quando gli altri diventano niente, si può liberamente schiacciarli! Gesù ordina perciò ai suoi seguaci di guardarsi di seguirne gli esempi. Marco, inoltre, non dice che la vedova entrò nel Tempio per pregare. Forse se ne sentiva indegna. Forse non aveva neanche la forza e, come il pubblicano della parabola di Luca, non alzava nemmeno gli occhi al cielo e si batteva solo il petto dicendo: “Signore, abbi pietà di me peccatore”. Degli scribi, Gesù dice che ostentavano di fare lunghe preghiere, magari in piedi davanti a Dio come il fariseo della parabola, dopo di essersi vantati di aver gettato nel gazofilacio “molte” monete. Dalla parabola del fariseo e del pubblicano, sappiamo che Dio non accettò la preghiera del primo, ma quella del secondo. Non è possibile, infatti, compiere “in faccia a Dio” il bene associato al male. “Ecco, nel giorno del vostro digiuno… angariate tutti i vostri operai… E forse questo il digiuno che bramo?” (Is, 58,3.5). Il Signore gradisce il sacrificio offerto con cuore puro, come quello del suo Figlio Gesù che “nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di Sé stesso” (Eb 9,26).

Gesù che conosce l’intimo dell’uomo non si lascia sedurre dalle apparenze, invita anche i suoi discepoli a non lasciarsi ingannare né dalla parvenza di pietà che maschera la vanità, la cupidigia e l’ipocrisia, né dall’apparenza insignificante delle azioni caritatevoli provenienti dai piccoli e dai poveri.

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