Riflessione sul Vangelo della XIX Domenica del T. O. Anno B

Moltiplicando i pani per gli affamati, Cristo ha posto il segno profetico dell’esistenza di un altro Pane: “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51). Tale “pane” non è per quella fame dell’uomo che ha trasformato in cimiteri intere città e paesi. In diverse parti del globo c’è ancor oggi la fame del terzo e del “quarto” mondo: là muoiono di fame gli uomini, le madri e i bambini, gli adulti e gli anziani. È terribile la fame dell’organismo umano, la fame che stermina. Ma esiste anche la fame dell’anima, dello spirito. L’anima umana non muore sui sentieri della storia presente. La morte dell’anima umana ha un altro carattere: essa assume la dimensione dell’eternità. È la “seconda morte” (Ap 20,14). Ecco il grande mistero della fede contenuto nell’Eucarestia e Gesù ha premura di fare chiarezza, infatti, continuando il suo discorso sul “Pane di vita”, soggiunge: “Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno… Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

In questo contesto Gesù parla di “vita eterna”, di “risurrezione gloriosa”, di “ultimo giorno”. Non che Gesù dimentichi o disprezzi la vita terrena; anzi! Gesù stesso parla dei talenti che ognuno deve trafficare e si compiace delle opere degli uomini per il miglioramento dell’umana esistenza e per la progressiva liberazione dall’altra fame dell’uomo e dalle varie schiavitù e oppressioni. Però non bisogna cadere nell’equivoco dell’immanenza storica e terrena; bisogna passare attraverso la storia per raggiungere la vita eterna e gloriosa: passaggio faticoso, difficile perché deve essere meritorio! Ecco perché “Gesù vivo” vuole essere presente sul nostro quotidiano cammino, per aiutarci a realizzare il nostro vero destino, immortale e felice. Per questo è disceso dal cielo; Egli si rende presente e si dona come il “Pane vivo” che è la “vera carne” per la vita del mondo. “La mia carne ­- continua Gesù – è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda… Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono” (cf. Gv 6).

Gesù dice proprio: “carne” e “sangue”, “mangiare” e “bere”, pur sapendo di urtare la sensibilità e la mentalità degli Ebrei. Cioè, Gesù parla della sua Persona reale, tutta intera, non simbolica, e fa intendere che la sua è un’offerta “sacrificale”, che si realizzerà per la prima volta nell’“Ultima Cena” anticipando misticamente il sacrificio della croce, e sarà tramandato per tutti i secoli mediante la santa messa. È un mistero di fede, davanti al quale ci si deve inginocchiare in adorazione, in silenzio, in ammirazione. Cristo è veramente e realmente presente in questo Sacramento mediante le parole e l’imposizione delle mani del ministro sacro grazie al quale avviene la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa in maniera assai appropriata “transustanziazione”. Infine Gesù afferma ancora che l’Eucaristia deve essere una realtà trasformante.

È l’affermazione più impressionante e più impegnativa: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in Me e Io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato Me e Io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di Me, vivrà per me”. Parole serie! Parole esigenti! L’Eucaristia è una trasformazione, un impegno di vita: “Non sono più io che vivo – diceva San Paolo – ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20; 1Cor 2,2). E Cristo crocifisso! Ricevere l’Eucaristia significa trasformarsi in Cristo, rimanere in Lui, vivere per Lui! Il cristiano, in fondo, deve avere solo un’unica preoccupazione e un’unica ambizione: vivere per Cristo cercando di imitarlo nella suprema obbedienza al Padre, nell’accettazione della vita e della storia, nella totale dedizione alla carità, nella bontà comprensiva e tuttavia austera. L’Eucaristia diventa perciò programma di vita.  

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