Riflessione al Vangelo della XVIII Domenica del T.O. Anno B

Il successo provocato dalla prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci si traduce per la folla in una ricerca di Gesù riconosciuto come il messia che garantisce il pane che sfama la fame quotidiana. Ma Gesù, con la pazienza indulgente di chi «conosce davvero ciò che c’è nel cuore dell’uomo», ne contesta il malinteso e invita la folla a cercare Lui come Colui che dona il pane vero, quel cibo che non perisce e dà la vita eterna: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di Lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Il cibo che alimenta la vita che finisce con la morte è precario ed è di poco conto. Quello vero «rimane», perché è in rapporto con la vita eterna. Quest’ultimo è promesso per il futuro come dono del Figlio dell’uomo che è l’inviato autorevole e il Figlio autentico di Dio. In altre parole, Gesù chiede alla folla di procurarsi quel sostentamento per la vita piena e definitiva che Egli solo può dare, perché è il Figlio unico di Dio e l’inviato sul quale Dio ha messo il suo «sigillo», cioè il segno di autenticazione, di appartenenza e di protezione tipico degli eletti. Perciò Gesù è l’unico rivelatore autorizzato e accreditato perché Dio stesso, il Padre, lo abilita in modo permanente a donare l’alimento per la vita eterna.

In seguito all’invito di Gesù, la folla gli chiede: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Nella sua risposta Gesù riprende l’espressione «opere di Dio», ma al singolare: «Questa è l’opera di Dio: credere in Colui che Egli ha mandato».  La via della vita è la fede in Lui. La folla ora chiede di vedere un segno per credere. Evidentemente il segno del pane non è visto come un segno che orienta alla fede in Gesù. Esso infatti è posto in antitesi con la manna che i padri hanno mangiato nel deserto: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Gesù risponde con una precisazione circa la manna come «segno, del dono permanente e attuale di Dio. Egli contrappone Mosè e Dio – «il Padre mio» – e il rispettivo dono del pane dal cielo. La novità del dono attuale di Dio, il Padre, sta nella qualifica del pane dal cielo, quello «vero». Nelle parole di Gesù il pane disceso dal cielo prende il posto della manna, Esso si identifica con il dono definitivo di Dio, quello «che dà la vita al mondo», quindi a tutti gli esseri umani.  

La folla ora chiede espressamente a Gesù il pane della vita che Egli promette: «Signore, dacci sempre di questo pane». Gesù risponde: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete». Gesù si rivela come il dono di Dio che soddisfa in modo pieno e definitivo le esigenze vitali dell’essere umano rappresentate dal mangiare e bere. L’unica condizione richiesta è credere in Lui: Lui solo può nutrire e sostentare quanti vorranno raggiungere il suo Regno di gloria e di luce eterna. Questo pane vivo che è Gesù, è insieme Parola e Carne, Luce e Vita, Verità e Grazia, che bisogna mangiare nella Parola e nei segni sacramentali. Bisogna nutrirsi di Lui come Parola prima che come Pane, e lo si può mangiare come Pane vero solo dopo averlo mangiato come Parola di vita, come verità di salvezza, come comandamento dell’amore. Non è facile comprendere il discorso di Gesù, tant’è che il cristianesimo ha pensato di poter essere ed esistere senza il Pane di Cristo che è Parola e Corpo eucaristico. La tentazione sa che Gesù solo è la forza di attraversamento del deserto di questa vita terrena. Se essa riesce a distaccarci da Lui attraverso una molteplicità di false concezioni, falsi pensieri, fallaci usi, umane tradizioni e costumanze, l’uomo si trova immerso ancora una volta nella sua situazione di morte al Regno di Dio.

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