Riflessione sul Vangelo della XXVI Domenica del T. O. Anno C

Con la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, Gesù dà un forte scossone al nostro comune modo di intendere e vivere la vita quotidiana. Godere delle ricchezze e chiudere il cuore al povero che ci sta accanto è la più pericolosa delle tentazioni, quella di crederci autosufficienti, di poter far a meno degli altri e di Dio. Gesù ci rivela, con questa parabola, quale atroce sorte è riservata a coloro che vivono in tale illusione.

«C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe» (Lc 16,19-21).

L’anonimo ricco della parabola è il vero protagonista: è su di lui che nel seguito della parabola viene concentrata l’attenzione; è lui che dall’in­ferno in cui viene collocato dopo la morte intraprende un dialogo «gridato» con Abramo, nel vano tentativo di salvarsi e di salvare i suoi cari. Per questo i cristiani hanno cercato di dare un nome proprio, un «ricco». Ad ogni modo quel ricco potrebbe essere ognuno di noi. Solo questa chiave di lettura fa in modo che la Parola ci interpelli davvero e sia significativa ed efficace per noi.

Lazzaro siede alla nostra porta, e se non alla porta, senz’altra presso la finestra, quella grande finestra che dà sul mondo, il televisore. I poveri si affacciano continuamente nelle nostre case, nei telegiornali. E non sono solo le immagini, le notizie o i dati che le associazioni umanitarie ci danno sulla fame del mondo provocata dalle diseguaglianze e guerre. Sono anche le storie quotidiane di povertà materiali e spirituali che accadono intorno a noi, nel nostro paese.

Se continuiamo a essere indifferenti ci isoliamo sempre più dagli altri e se continuiamo a innalzare muri tra noi e loro ci troveremo sempre più soli. La parabola ci dice che vivendo nell’indiffe­renza e nell’egoismo, saremo isolati dagli altri anche dopo la morte, anzi la morte stessa sarà la solitudine.

Inutilmente il ricco dall’inferno chiede l’aiuto di Lazzaro. Si rivolge ad Abramo: anche dopo la morte non ha uno sguardo diretto su Lazzaro. In realtà egli è ancora chiuso nel suo egoismo. Pensa a Lazzaro come a uno che può usare, su comando di uno più potente Abramo, per soddisfare un suo bisogno. Il suo sguardo non riesce a incontrare quello di Lazzaro, il povero non lo può riconoscere.

Anche la richiesta di intervenire nei confronti dei suoi familiari sembra un atto di egoismo. Egli chiede una prova eclatante, il ritorno in vita di un morto, per permettere ai buontemponi materialisti dei suoi parenti di «guadagnarsi» la salvezza.

È una situazione disperata: chi ha pensato sempre a sé stesso, non può che continuare a pensare a sé stesso, e nel proprio egoismo trova l’inferno, cioè la separazione dagli altri, dagli altri uomini che per tutta la vita non ha visto mai come persone, ma solo come cose da manipolare.

Ma «Uno dai morti» è davvero ritornato: è infatti Gesù quell’uomo che è tornato in vita, anzi è risorto. E mal­grado questo non è riuscito a persuadere quei potenziali ricchi che siamo noi, anzi lo abbiamo ignorato completamente. Ma Egli come Lazzaro sta ancora lì «gettato a terra» davanti alla nostra porta. Non a caso Gesù, nel suo vangelo, si è identificato con il povero, perché di fatto è sempre alla porta del nostro cuore con una presenza non invadente, se non dell’inva­denza della coscienza, in silenzio lì a mendicare la nostra salvezza.

Ecco allora che dobbiamo imparare la condivisione da Gesù, nel senso che la condivisione è innanzi tutto accogliere Gesù e in Lui ogni uomo, nostro fratello.

Oggi la tentazione di molti cristiani è di cercare una morale senza il Vangelo di Gesù, senza la speranza della risurrezione. Ma questa para­bola, indirettamente, sembra dirci che chi pensa di vivere un cristiane­simo senza Cristo non è da meno di chi pur professo credente banchetta coi beni di chi ha derubato.

Abbiamo bisogno di Gesù, di incontrarlo nella sua Parola e nel Pane eucaristico. Abbiamo bisogno di affermare che senza la conversione a Gesù il cristianesimo è solo bigotto moralismo. E la conversione a Gesù passa attraverso il duro cammino della fede, che è un cammino nella notte in cui il nostro passo è illuminato solo dalla Parola meditata, pre­gata, contemplata umilmente ogni giorno nelle nostre comunità. Se apriamo la casa del nostro cuore a Gesù che è sempre lì fuori a mendicare senza fare chiasso né protestare e alzare la voce, allora sapremo incon­trare lo sguardo del povero Lazzaro e potremmo passare dall’egoismo alla condivisione, dall’inferno al seno di Abramo.

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