Riflessione sul vangelo della Domenica di Pasqua Anno C

La Pasqua è l’evento più straordinario e più importante della storia dell’umanità che ha avuto avvio da più di duemila anni e riguarda la risurrezione dai morti di un uomo: quest’uomo è il Figlio di Dio. Certo, nelle nostre distratte assemblee, tale sconvolgente realtà sembra smarrita nel ritmo ripetuto di una religiosità meccanica, che fa perdere di vista la ragione di quello che facciamo. Ma la Pasqua ci fa celebrare il più grande mistero della storia e contemporaneamente la più grande speranza per l’uomo: la sua reale, concreta immortalità.

Gesù di Nazareth – Dio fatto uomo – ha redento con la sua morte, l’umanità decaduta, ricomponendo in Sé stesso l’immagine di Dio frantumata dal peccato originale del primo uomo.

In principio l’uomo era perfetto, libero, ordinato nel suo essere, e non conosceva la morte. Essa è sopravvenuta perché l’uomo nella sua libertà ha rinunciato alla sua vocazione fondamentale: l’essere creato ad immagine e somiglianza di Dio. Questo vuole dire che l’uomo è fatto per partecipare alla divinità e che Dio è il suo ultimo destino, non altro. Quando i nostri progenitori hanno peccato, cioè hanno scelto l’autonomia da Dio che è il Bene e la Vita, hanno scelto l’assurdo, quindi hanno immesso nella nostra natura il disordine, la corruzione e la morte, che è la manifestazione palese della rottura traumatica del nostro essere, dove l’anima, creazione personale di Dio, abbandona la carne generata dalla natura umana, per ritornare all’origine; mentre il corpo segue le leggi inesorabili della corruzione.

Questo inesorabile destino è stato ribaltato da Dio stesso con la vita e l’opera di Gesù. La dimostrazione di questa redenzione è la risurrezione di Gesù, che ha aperto l’orizzonte dell’umanità non più sul regno dei morti e delle ombre, ma sul regno dei cieli, sul destino futuro di gloria a cui partecipano tutti i redenti. Ma per tutto questo fu necessaria la morte di croce di Gesù: Egli morì in croce perché la salvezza di tutti non poteva ottenersi per altra via che per la croce dove la morte è certa. Il corpo esanime di Gesù lo hanno visto tutti; Gesù nel suo corpo è veramente morto. Ma Gesù, nel conflitto con la morte, dopo essere realmente spirato, subito al terzo giorno risuscitò il suo corpo, portando come trofeo della sua vittoria sulla morte l’immortalità e l’impassibilità acquistata al suo corpo.

Poteva certamente anche risuscitare e far vedere vivo il suo corpo subito dopo la morte; ma non volle farlo per buone ragioni. Qualcuno infatti avrebbe detto che Egli non era realmente morto, o non completamente, se immediatamente fosse apparso risorto. Così pure se nello stesso tempo fosse avvenuta la morte e la risurrezione, sarebbe rimasta non evidente la gloria dell’incorruttibilità. Perciò, per mostrare a tutti che il corpo era realmente morto, il Figlio stesso di Dio dopo un intervallo di tre giorni mostrò immortale e incorruttibile quel corpo che era morto e dimostrò a tutti che il suo corpo non era morto per debolezza naturale del Verbo che l’abitava, ma per distruggere in esso la morte con la potenza del Salvatore.

Quando Gesù apparve per la prima volta a tutti gli apostoli radunati nel cenacolo, mancava Tommaso.

Gli apostoli cercano di comunicargli la gioia di aver visto finalmente coi propri occhi Gesù risorto.

Tommaso esclama: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». A Tommaso non basta neppure il solo vedere, ma vuole toccarlo. Insomma, quegli apostoli erano rozzi, ignoranti e increduli fino all’inverosimile. Erano uomini pratici, concreti, abituati a trattare cose terrene. Credono solo a ciò che vedono e a ciò che toccano.

Gesù – ad essi che dovevano essere i testimoni ufficiali della sua risurrezione e le colonne della sua Chiesa – concede ciò che chiedono, adattandosi alle loro esigenze: apparso in mezzo a loro, li invita ad avvicinarsi e a toccarlo, e chiede persino qualcosa da mangiare, per dimostrare di non essere un fantasma, perché – disse – «un fantasma non ha carne e ossa come voi vedete che io ho» (Lc 24,39).

Poi lo videro coi loro occhi oltre 500 persone in una sola volta, come afferma san Paolo.

E infine, il diacono Stefano vide Gesù risorto seduto alla destra del Padre.

Paolo vede Gesù sulla via di Damasco, tanto sfolgorante da accecarlo.

In tutto ciò, noi siamo garantiti  dalle tante testimonianze di santi su Gesù che è veramente risorto. E abbiamo più di 2000 anni di storia, durante i quali il Risorto ha mostrato di essere vivo ed operante! Ora, siamo noi chiamati essere testimoni difronte a un mondo che ha smarrito il senso della vita, perché rifiuta di interrogarsi fino in fondo sul senso della morte. Eppure mai come oggi essa è presente dappertutto, proprio con la sua assurdità, come nella guerra in Ucraina e in altre parti del mondo, nelle violenze verso l’uomo, soprattutto verso i più indifesi: i deboli, i bambini, gli anziani, i concepiti.

A questo mondo smarrito e pieno di violenze noi abbiamo il dovere di annunciare la gioia della risurrezione, la speranza della risurrezione: noi siamo il popolo della risurrezione, perché tutta la Chiesa nasce e vive della risurrezione del Signore.

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