Riflessione sul Vangelo della II Domenica di Quaresima.

Ogni anno nella II domenica di Quaresima ci viene proposto l’episodio evangelico della trasfigurazione, rispettivamente dal Vangelo di Matteo, Marco e Luca. E puntualmente ci chiediamo come mai quasi all’inizio del cammino quaresimale – un cammino caratterizzato dalla penitenza e dalla conversione – dovremmo meditare sulla manifestazione della gloria di Cristo, sul suo mistero luminoso, sulla epifania della sua divinità?

Ci viene in aiuto il contesto evangelico dell’episodio. Immediatamente prima, Matteo ha riportato il primo annuncio della passione fatta da Gesù: «da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto…» (Mt 16, 21). L’insegnamento di Gesù da questo punto del Vangelo diventa più profondo ed Egli incomincia a manifestare l’aspetto oscuro della sua missione. Adesso la insegna in modo più esplicito. È un discorso duro, difficile. Non a caso la prima reazione di Pietro è di incomprensione e di chiusura (cf. Mt 16,22ss). E Gesù incalza, parla di croce, di perdere la vita… (cf. Mt 16,24ss). Ma perché i suoi discepoli potessero sopportarlo, Lui annuncia: «Vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo Regno» (Mt 16,28).  Per sostenerli nella vera fede, dinanzi a tre di loro, sul monte, si trasfigura. Mostra loro la sua divina essenza, tutta nascosta nella sua carne mortale. Manifesta anche l’eterna verità della sua missione. Lui deve andare a Gerusalemme. Deve compiere il sacrificio della sua morte. Il Padre viene in soccorso, in testimonianza e dice ai discepoli di ascoltare il suo Figlio diletto nel quale Lui si è compiaciuto.

Il Vangelo ci dice che questo avvenne «sei giorni dopo» (Mt 17,1). Non è qualcosa che avviene immediatamente. Il Signore lascia passare del tempo. La sofferenza deve maturare dentro il cuore dei discepoli – cosa che avviene anche per noi – deve purificarli nel crogiuolo del dolore, dell’incomprensione, nella notte del dubbio.

Come mai il Signore prende con sé solo Pietro, Giacomo e Giovanni e non tutti i discepoli? Non dovevano essere tutti testimoni della sua gloria? Tutti vedremo il Signore risorto, ma nel cammino della fede ci sono i momenti e i tempi per ognuno, a seconda delle proprie capacità. Chi ha avuto la grazia di vederlo non per questo è un privilegiato, spesso è solo il più debole. Se pensiamo che Pietro è colui che poco prima era stato rimproverato da Gesù perché con il modo troppo umano di pensare gli era di scandalo (cf. Mt 16,23), e che Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, sono coloro che cercano i primi posti, ignorando l’insegnamento di Gesù sul farsi piccoli (cf. Mt 20.20ss), allora capiamo che l’agire del Signore non è discriminante ma misericordioso, non mira a creare privilegi, ma a salvare tutti.

All’azione gratuita di Dio bisogna rispondere con prontezza. Dio vuole condurci «in disparte su un alto monte». Non si può rivelare in pianura, nel luogo dei nostri traffici quotidiani, del nostro frenetico affannarci per cose spesso inutili e futili. Occorre cercare calma e serenità per poterlo incontrare. La Quaresima dovrebbe proprio aiutarci a trovare spazi di silenzio e di solitudine, momenti di ritiro e di preghiera. Molti dicono di voler incontrare il Signore, di ascoltare la sua voce, ma non sono disposti a salire con Lui sul monte, ad abbandonare i propri affari, a «battere moneta».

La sofferenza diventa proprio il momento in cui non possiamo fare a meno di lasciarci portare in alto. Quando ci capitano eventi tanto dolorosi non possiamo fare a meno di fermarci e di meditare sull’essenziale, su ciò che conta davvero, sull’eternità, su Dio, sul nostro destino ultimo, sulla vera felicità.

La trasfigurazione di Cristo è in realtà la nostra trasfigurazione. Lui cambia il suo aspetto, ma non la sua natura che è e resta divina, ma siamo noi che ci trasformiamo e ci rinnoviamo.

Si tratta di un’esperienza della grazia da vivere nella gratitudine, lasciando a Dio la piena libertà dell’iniziativa.

A noi spetta scendere dal monte, cioè portare quel volto trasfigurato, che ora splende su noi, nel mondo. Non ci saranno risparmiate le incomprensioni, le difficoltà, altre sofferenze, ma la forza irresistibile dell’amore di Dio sarà con noi, per trasfigurare il mondo.

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