Riflessione sul Vangelo della V Domenica del T. O. Anno C

Rifiutato dai fedeli della sinagoga, fuori dal silenzio ovattato del luogo sacro, Gesù va sulla spiaggia di Cafarnao e li a tutti incomincia ad annunciare il suo Vangelo. Non solo agli ebrei ma anche agli stranieri; non solo ai fedeli ma anche agli infedeli; non solo a uomini pii ma anche a peccatori; la Parola del divino Maestro è per tutti. Si delinea così anche l’identità e la missione della Chiesa, futura comunità di credenti ma fatta di peccatori perdonati o in cerca di perdono, casa aperta ad ogni uomo; casa che ha una sola ricchezza: il Vangelo; comunità che ha una sola proposta: la Parola di Gesù. Al di sopra di ogni sapienza ed esperienza umana. Da qui, si capisce anche l’aspetto che sta a fondamento dell’essere comunità credente che riguarda la ‘vocazione’, cioè la chiamata alla sequela e al servizio del Signore. C’è subito, tuttavia, da chiarire un eventuale equivoco che è molto facile nei credenti: immaginare che quando si parla di ‘vocazione’ si debba intendere sempre e solo una chiamata speciale: ad essere profeta o apostolo, “prete” o consacrato con voti religiosi. Non è così. Perché, data la natura di ogni cristiano che viene ‘consacrato” da Dio prima ancora di nascere con la chiamata alla vita e quindi, dopo nato, con il Battesimo e gli altri Sacramenti, si può ben dire che ogni esistenza è una chiamata di Dio, una sua vocazione. E l’elemento fondante di ogni vocazione è la gratuità creatrice di Dio che sovrabbonda di amore e misericordia nonostante la fragilità dei vasi di creta a cui tanta ricchezza viene affidata. Lo si può capire bene dalla chiamata che Gesù rivolge a Simon Pietro, Giacomo, Giovanni e agli altri che formeranno il gruppo dei Dodici.

La folla ascolta Gesù, mentre i pescatori sono intenti a concludere una nottata di lavoro senza frutto… Certamente quei pescatori conoscono Gesù, ma non gli danno retta! E Gesù infatti che, lasciata la folla, si avvicina a loro, e, senza inutili parole consolatorie, sale sulla barca di uno di loro, Pietro, pregandolo di scostarsi un poco da terra. Pietro fa spazio a Gesù, che si siede nella barca e comincia a insegnare «seduto» come un Maestro.

La folla, distesa a ventaglio sulla spiaggia ascolta le parole scandite dalla bocca di Gesù. Ora possono ascoltarlo anche Pietro e gli altri pescatori. Lo ascoltano fino alla fine. Tra i pescatori c’è anche Giovanni, che conosce Gesù per aver trascorso – non molto tempo prima – un pomeriggio con Lui. Anche Pietro conosceva Gesù, perché suo fratello Andrea glielo aveva condotto dicendogli: «Abbiamo trovato il Messia». E Gesù gli aveva detto: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni, ti chiamerai Kefa, roccia». Dunque, Pietro, Giovanni e Giacomo, sapevano di avere nella barca il «Figlio di Dio», venuto a togliere il peccato e ogni male dal mondo; avevano a bordo il Messia e il Figlio di Dio che ha enormi poteri. Perciò, quando Gesù, terminato il discorso alla folla, dice a Pietro di prendere il largo. Certo, Pietro obietta: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla». Ma poi obbedisce: «sulla tua Parola getterò le reti». Il premio a quell’atto di fede è enorme, perché prendono tanti pesci che le due barche affondano quasi.

Essi presero i pesci, Gesù prese i pescatori, chiamandoli al suo seguito, per trasformarli in pescatori di uomini. Essi «lasciarono tutto e lo seguirono».

Quei tre – Pietro, Giacomo e Giovanni – saranno le tre colonne del collegio apostolico.

In essi, Gesù trovò spirito di generosità mettendo a disposizione la barca, spirito di obbedienza gettando le reti, spirito di umiltà perché Pietro, in ginocchio, disse: «Signore, allontanati da me, che sono peccatore!» E Gesù risponde: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Non fa difficoltà al Signore la nostra limitatezza. È nella strategia di Gesù innestare la sua onnipotenza nella debolezza umana, sicché così risalti la potenza e, nello stesso tempo, la misericordiosa generosità del Signore. Quello che conta, da parte di chi viene chiamato, è dire di sì alla sua vocazione. Avere il cuore semplice umile e fiducioso quando ci si accorge – magari attraverso le vicende della vita – che Dio lo interpella per coinvolgerlo con Lui. Nessun limite, nessun peccato può essere un alibi per il chiamato e rifiutare di svolgere, nella sua esistenza, un cammino costruttivo e di piena responsabilità sia umana che cristiana.

È importante, peraltro, ricordare come con il battesimo si è stati tutti dotati di una partecipazione al «sacerdozio» di Gesù. Per cui ogni cristiano, deve sentirsi impegnato non solo per sé stesso, ma anche per gli altri. Vivere quello che sappiamo essere dono di Dio anche come servizio, come ministero, perché quello che abbiamo ricevuto lo dobbiamo ridonare.

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