RIFLESSIONE SUL VANGELO DELLA PRIMA DOMENICA DI AVVENTO ANNO A

Con la prima domenica di Avvento inizia l’anno liturgico e un nuovo tempo di preparazione al Natale, o prima venuta del Signore. Ma il vangelo ci fa spingere lo sguardo fino alla seconda venuta di Gesù, alla fine del mondo.

Sia all’una che all’altra venuta dobbiamo guardare con gioia, infatti il tempo di Avvento deve essere un tempo di grande gioia e di vigile attesa. Si, vigili perché Gesù ci ha avvertito: «siate pronti sempre, perché, nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24,44).

Quando il Signore verrà, sarà un momento decisivo: ecco perché occorre vigilare. Vigilare non significa aver paura, ma svegliarsi dal sonno spirituale (Rm 13,11) in cui molti uomini giacciono come mummificati. Vigilare significa accorgersi che sta per spuntare il giorno e che non è più tempo di dormire bensì di operare. Gesù ricorda che nei giorni precedenti il diluvio universale, la gente mangiava e beveva, celebrava le nozze pensando al futuro. Questo, «fino a quando Noè entrò nell’arca». Solo Noè e la sua famiglia sapevano ciò che stava per accadere. Solo Noè e la sua famiglia prepararono l’arca per sfuggire al diluvio. Gli altri lo deridevano, non sapendosi spiegare perché costruisse una nave in mezzo alla campagna. Costoro, dice Gesù, «non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti». Gesù ricorda questo episodio terrificante non per rattristarci, ma per dire che «così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo». Ma ci sarà forse un diluvio quando il Figlio dell’uomo tornerà?

Gesù vuole sottolineare solo che Egli verrà improvvisamente come il diluvio. E come furono poche le persone che si prepararono al brutto evento, così sono pochi coloro che pensano a quel giorno ultimo del mondo. «Come un laccio esso («quel giorno») si abbatterà sopra tutti co­loro che abitano sulla faccia della terra».

Gesù raccomanda: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso». «Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»: e inoltre: «state pronti, perché, nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà».

Gesù paragona il suo ritorno al ladro: «Considerate che, se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa».

Non per terrorismo psicologico, ma per puro realismo, Gesù usa quel linguaggio, affinché l’uomo sappia a che cosa sta andando incontro, per prepararvisi, come Noè e come colui che non vuole essere derubato.

Purtroppo, chi finge di ignorare quell’evento, rischia di perire nelle onde del fuoco infernale, e rischia di essere derubato di tutto ciò che di magnifico ha ricevuto da Dio: la vita, la grazia, il possesso stesso di Dio Sommo Bene.

Derubato da chi?

Non certo da Gesù che ci dona tutto, ma da satana, al quale ci siamo affidati, dimentichi del Signore del cielo e della terra, nostro creatore e nostro redentore!

Il brano evangelico di Matteo funge anche da test spirituale per cia­scuno di noi:

se, leggendolo, abbiamo eccessivo timore, forse abbiamo bisogno di una terapia a base di fede, di speranza e di carità; forse abbiamo bisogno di mettere ordine nella nostra intelligenza e nel nostro cuore; peggio sarebbe se la lettura del brano ci lasciasse indifferenti: sarebbe segno che viviamo forse su un binario morto, e ci siamo rasse­gnati alla «fatalità» di una vita senza sbocchi. Ma attenzione: il risveglio – nella vita eterna – sarebbe «traumatico»; se infine la lettura del brano odierno ci rende pensosi, e ci fa «guardare in alto» con fiducia, sperando nella bontà del Signore, ma senza narcotizzare la nostra volontà, beati noi! Gesù è contento di noi, perché ha raggiunto lo scopo per cui ha parlato e parlato così!

Ci siamo chiesti perché Gesù usa questo linguaggio. Ma ci chiediamo anche perché la Chiesa, in questa prima domenica di Avvento, non ci invita a guardare al Natale ma all’ultimo giorno del mondo. Forse per significarci che Natale non è una poesia, ma esige una conversione. Senza la nostra conversione, la nascita del Figlio di Dio è un evento per noi inutile!…

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