Riflessione sul vangelo della V Domenica di Quaresima Anno C

Dopo la parabola del Padre misericordioso di domenica scorsa, il Vangelo di questa domenica ci presenta la misericordia stessa di Dio in atto. Un episodio concreto in cui Gesù dimostra la sorprendente azione del Padre nei confronti del peccato dell’uomo. Una donna, sorpresa in flagrante adulterio, trascinata davanti al tribunale degli uomini, è spacciata: la legge la condanna alla lapidazione. Ma ecco, malgrado la cattiveria di uomini sanguinosi e perfidi, questa donna incontra Gesù, che con una semplice parola è capace di liberarla dalla mano dei suoi accusatori, ridandole la dignità di per­sona amata da Dio.

Gesù è l’incarnazione della misericordia di Dio. Lo ha mostrato molte volte durante la sua vita e la sua predicazione. Pensiamo all’episodio della chiamata di Levi e alla frequentazione delle case dei peccatori, che faceva tanto sparlare i farisei. Gesù diceva: «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia voglio e non sacrificio (Os 6,6). Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,12-13). Il Dio di Gesù Cristo è il Dio della novità, perché è il Dio della vita; è il Dio che continua a creare; è il Dio che apre sempre nuovi orizzonti e nuovi tempi. Dio fa tutto in modo nuovo: per questo anche il suo modo di perdonare è nuovo: inimmaginabile per gli uomini.

A rivelarlo è stato Gesù, l’unigenito Figlio di Dio, Lui stesso Dio.

L’episodio dell’adultera è forse il caso più significativo di questa misericordia divina. E per il solo fatto che Gesù parli con i peccatori e perdoni i loro peccati, diventa per alcuni occasione di scandalo: comportandosi in tal modo Gesù andrebbe contro la legge di Mosè. Questi oppositori di Gesù si presentano come fedeli custodi della legge e si considerano giusti; ma non hanno alcuna compassione per chi ha sbagliato e per mettere alla prova Gesù ed avere di che accusarlo, essi gli portano una donna che ha commesso adulterio; gli ricordano che la legge di Mosè condanna l’adultera alla lapidazione; gli chiedono che cosa ne pensi. La risposta li spiazza; e i freddi, duri “giudici” sono ridotti al rango di “peccatori”, come gli altri e più degli altri. A loro non spetta giudicare, tocca invece chiedere perdono a Dio. Ed è questo di cui c’è bisogno in maniera urgente per ogni uomo, in quanto ogni atto di perdono compiuto da Dio è intervento creativo. Non è un semplice togliere qualcosa di cattivo, di sbagliato, come quando si taglia un ramo secco o si amputa un arto incancrenito. È piuttosto un innesto o un trapianto, e con l’aggiunta che è tutto l’“organismo” a essere profondamente rinnovato, “fatto nuovo”, “ri-creato”.

In effetti, ciò che sta a cuore a Gesù attraverso il racconto dell’adultera perdonata, non è la costatazione che, con il peccato, si è infranta una legge (come intendono il peccato in una concezione non «vera» gli accusatori della donna), ma si è interrotto un rapporto, una relazione di fiducia e di amore.

Questo vale per ogni genere di peccato (personale e sociale): furto, prostituzione, frode, adulterio, violenza, bestemmia, indifferenza, avarizia, egoismo. Punire il peccato con l’applicazione di una legge o pensare di liberarsene semplicemente con una confessione abitudinaria (pensiamo a certe confessioni dei cosiddetti «pasqualini e natalini»), non è ciò che ci libera dal peccato e ce ne fa comprendere la «verità».

Quando la nostra esistenza viene tranciata dal peccato e lasciata in balìa di sé stessa, consapevoli della solitudine in cui ci colloca il peccato, nella sua cruda «verità» di frattura del rapporto con Dio e dell’amicizia con Lui, si entra in una sorta di solitudine fonte di disturbi psico-fisici e spirituali come depressioni, frustrazioni e altro.

Si impone allora la conversione, il riallacciamento del nostro rapporto con Dio, di una ritrovata familiarità con Lui e con il prossimo, anche perché non esiste solo il peccato dell’adulterio, ve ne sono altri come questo “mortali”. Chi cade nel peccato – come è avvenuto per l’adultera – deve incontrarsi con lo sguardo di Gesù, è questo il momento della conversione e – come per miracolo – il passato viene purificato dal rimorso e ci si apre davanti una vita nuova, un “da ora in poi” in cui il peccato non impedirà di vivere la comunione con Dio. È una ricreazione, un rinnovamento totale della persona, una nuova vita.

In questo tempo quaresimale siamo invitati ad incontrare questo sguardo di Gesù. D’altro canto abbiamo proprio bisogno di fare questa esperienza di riconciliazione, abbiamo bisogno di incontrare lo sguardo pieno di amore che il Signore rivolge ad ogni uomo che si riconosce pec­catore. 

Il Sacramento della riconciliazione è il luogo in cui fare questa mera­vigliosa esperienza, ma prima è necessario ritagliarsi dei momenti di calma e mettersi davanti a Dio, nell’ascolto della sua voce. Poi, andando dal sacerdote si avrà modo di ascoltare quelle parole splendide di Gesù: «Nessuno ti condanna, va da ora in poi non peccare più».

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