Riflessione sul Vangelo della XXIX domenica del T. O.

“Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). È per noi il brano che meglio esprime la missione storica di Gesù. Il suo è stato un annuncio di comunione, cioè di salvezza. Il venire nella storia del Verbo divino ha tre grandi significati: rivelare il volto del Padre (Gv 14,9), salvare l’uomo in ogni perduto della storia e in ogni smarrito di cuore (Mc 10,45) e portare tutti all’unità (Gv 17,21). Tutto ciò è possibile attraverso la missione che Gesù, il Figlio dell’uomo, compirà come servizio e nella forma radicale e fondamentale di sacrificio della vita a beneficio dei molti.

Un servizio dunque che si fa salvezza, ma un servizio che passa attraverso l’umiltà. Non si può essere servi, se non possediamo questa fondamentale virtù che è l’umiltà. Gesù stesso ce la insegna perché come ci ricorda l’Apostolo Paolo: “Pur essendo di natura divina. non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2.6-8). Alla luce di queste considerazioni dobbiamo convenire che questi figli di Zebedeo, e cioè Giacomo e Giovanni non si sono lasciati guidare in questa circostanza dallo spirito dell’umiltà e del servizio, ma piuttosto dallo spirito dell’orgoglio e del carrierismo. La richiesta, infatti, non è da poco: “sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). Non bisogna prendere sotto gamba neanche l’atteggiamento degli altri dieci, che forse senza accorgersi, sì comportano in modo ancora meno umile dei figli di Zebedeo: “gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni” (Mc 10.41). Per tutti resta valida la lezione di Gesù: “Chiamatili a sé disse loro: voi sapete che coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così ma chi vuole essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere i primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,42-44). Una grande lezione di umiltà e dì servizio che Gesù darà non solo con le parole ma anche e soprattutto con l’esempio: con la sua vita il Figlio dell’uomo paga a favore e al posto dei molti che sono preda della rovina ed Egli diviene così loro salvatore. Ciò che è riprovevole nella pretesa dei figli di Zebedeo – secondo il racconto di Marco – è il voler saltare il cammino della croce o la tappa della passione in Gerusalemme. Il rimprovero cade sull’incapacità di comprendere il senso della loro stessa ambizione. La sua realizzazione presuppone che essi bevano lo stesso calice che Gesù beve e siano battezzati con lo stesso battesimo con cui Lui è battezzato. Per il secondo evangelista il battesimo è la medesima passione e morte di Gesù. Il vero discepolo non è colui che si lascia dominare dall’aspettativa d’una ricompensa particolare, ma dalla disponibilità alla sequela della croce. Non è questione di pietismo, né di servilismo a oltranza, ma si tratta semplicemente di comprendere il senso della missione del Maestro. E di fronte a Cristo non basta il criterio dell’imitazione, anche se difficile, tanto difficile che può giungere fino all’eroismo. Questo sarebbe un criterio soltanto umano, perché pretenderebbe di farci accostare a Lui e al suo mistero da una posizione alla pari. Egli è l’Uomo-Dio che pone dei gesti per noi irrepetibili, e con un’efficacia unica ed universale. Il suo dono possiamo solo accoglierlo nella fede, con stupore e gratitudine. Ed è attraverso i sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo che i discepoli – si configureranno al loro Maestro, vivendone il mistero di vita – parteciperanno al calice e al battesimo della medesima passione e morte di Gesù.

Un insegnamento valido non solo per i discepoli di allora, ma anche per quelli di tutti i tempi.

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