Riflessione sul Vangelo della V Domenica del T. O.
Siamo ancora all’inizio dell’anno liturgico. Solo domenica scorsa, seguendo la versione di San Matteo, il Vangelo ci ha presentato il testo-base della vita secondo Cristo: le Beatitudini. Un incontro che ha attirato l’ammirazione anche dei non credenti. Guai però a risolvere le Beatitudini in un quadro di estetismo religioso. Per scendere a valle dal Monte ideale in cui il discorso della montagna è stato presentato, ci pensano i versetti e i capitoli dello stesso evangelista San Matteo che ci accompagneranno in questa domenica.
Il Signore Gesù avverte chiaramente i suoi seguaci che devono essere nella realtà quotidiana e nei vari ambienti di lavoro, di incontri sociali e di convivenza «sale» e «luce»: non ci si può nascondere, la nostra condotta ed il nostro modo di operare devono «illuminare» e «dare sapore» alle varie realtà della vita.
Per poter essere anche noi «luce» dobbiamo accogliere Gesù Cristo come luce assoluta ed a Lui sempre ispirarci e ricorrere come termine di riferimento per ogni soluzione dei nostri problemi personali, familiari, della Chiesa e del mondo intero.
Gesù è «potentissima fonte di luce» da cui ogni persona umana, quale piccola o grande che sia, sempre riceve «luce» dalla sua Parola per illuminare chi sta intorno e far luce a quanti passano vicino; guai a distaccarsi da Lui e dalla sua Parola, non si è più in grado di illuminare, anche se Gesù «sorgente infinita» conserva tutta la sua potenzialità ed ha la forza per illuminare l’universo intero… Ogni fedele discepolo di Cristo allora deve agire con piena coscienza che solo Lui è il nostro «Maestro», che è al di sopra di ogni ideologia, filosofia, politica che – mentre promettono mari e monti – poi nella realtà dimostrano tutta la loro impotenza ed incapacità di offrire la vera gioia e felicità a cui ogni creatura aspira nel profondo del suo cuore!
È solo Gesù l’unico Maestro che dobbiamo interrogare e seguire per trovare e sperimentare la vera pace e la gioia sincera, che nessuno potrà toglierci!
La seconda indicazione che nel brano del Vangelo il Signore Gesù rivolge ai sui seguaci è l’invito ad essere sale, espressione che è molto simile alla prima di essere luce, ma anche la completa e la illustra meglio. Come il sale rende i cibi gustosi e graditi al palato, così il nostro operare, alla luce dell’insegnamento di Cristo, deve essere tale da dare ad ogni cosa, ad ogni avvenimento e ad ogni persona il suo giusto valore e significato.
Il sale è l’immagine della saggezza e della giusta interpretazione da dare ad ogni realtà, situazione ed impegno che dobbiamo affrontare: ci fa vedere tutto alla luce di Dio per cui tutte le creature e le realtà vengono percepite, non come ostacolo per elevare il nostro spirito al Signore, ma come scala o gradino per andare a Lui: il creato ed ogni creatura non sono di ostacolo per il bene ma «il sale», di cui parla il Vangelo, ci fa «scoprire» i motivi profondi per elevarci spiritualmente a Dio, sommo bene e Creatore di tutto l’Universo.
L’essere sale a cui Gesù ci invita è un chiaro monito per tutti a non scendere a facili e deleteri «compromessi» nella quotidianità della nostra esistenza: nel lavoro, nella famiglia, nei vari incontri sociali, nelle relazioni interpersonali e dovunque veniamo a trovarci o con quanti veniamo a trattare.
Il mondo non crede tanto alle belle parole ed ai lunghi discorsi…; c’è bisogno di solidarietà e di condivisione e più ancora di autenticità cristiana che annuncia e grida al mondo moderno che non ci sarà il «sale che dona gusto alla vita» senza Cristo, tutti i beni di questo mondo non danno soddisfazione piena e non hanno significato se non si tiene presente il loro fine.Non basta una sequela di Cristo solamente esteriore né una sicurezza basata su qualche meccanica recita di preghiere… siamo fortemente spinti da Gesù stesso – attraverso il Vangelo di questa domenica – a cercare il più possibile la nostra personale e coinvolgente adesione a Lui e impegnarci tanto nella nostra quotidiana esistenza quanto nel nostro modo di operare, soprattutto se non vogliamo correre il rischio molto concreto di avere le lampade spente, e quindi di non essere più luce, o di non valutare le cose con il «gusto» del «sale di Dio», e di non saper dare il giusto valore e la retta valutazione a quanto viviamo e operiamo nella società.
