Riflessione sul Vangelo della XXVIII Domenica del T. O. Anno C

Sulla strada che lo conduce alla morte e alla risurrezione, a Gerusa­lemme, Gesù incontra la lebbra. Il lebbroso è contaminato che conta­mina. È un morto, oltre che fisico, anche civile e religioso. La legge gli impedisce infatti di partecipare al culto e lo costringe ad evitare la pre­senza degli altri. Per questo il lebbroso è uno che vive visibilmente la morte. Alla vista di Gesù i dieci lebbrosi, intuendo in Lui un possibile salvatore, gli gridano la loro sventura: «Gesù maestro, abbi pietà di noi».

Il cammino di fede inizia da un grido, dal riconoscere il proprio biso­gno di salvezza. Gesù passa invano davanti a colui che si sente a posto, ascolta invece il grido di aiuto e si ferma.

Sono 10 i lebbrosi che alzano il loro grido a Gesù, come a simboleg­giare tutta l’umanità, che ha bisogno di essere liberata dal peccato che pone l’uomo in una condizione di morte, di isolamento, di estraneità a Dio e agli uomini. L’uomo non può venire fuori da solo dalla sua situazione, ha bisogno di un liberatore. Oltre che riconoscersi nella condizione dei lebbrosi, ci riconosciamo nell’esperienza di Paolo: «Se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui». Noi non siamo liberati, guariti, finché non sco­priamo la nostra vera identità nella relazione con Gesù. La salvezza della nostra vita è riposta in Lui. Come i lebbrosi del vangelo, sappiamo a chi indirizzare la supplica di salvezza. Dio manifesta la sua misericordia in Gesù.

Il secondo passo dell’iter della fede o della salvezza è l’obbedienza alla Parola: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». Secondo la legge giudaica i sacerdoti erano incaricati di riconoscere ufficialmente l’avvenuta guarigione e così riammettere pienamente i sanati nella comunità. Mentre i lebbrosi obbediscono, cioè mentre vanno dai sacerdoti, lungo la strada si sentono sanati. Questo sta a dire che la guarigione inizia quando si co­mincia a obbedire al vangelo, e non più a sé stessi o alle proprie abitudini. Il cammino della fede è scandito dall’ascolto e dall’obbedienza al vangelo. L’ascolto ci rimette in cammino e andando, come i dieci lebbrosi, dai sacerdoti, Gesù vuole guarirci, e lo fa attraverso due grandi sa­cramenti: uno è la Penitenza. Perché dobbiamo confessare i peccati al ministro che rappresenta Gesù? Perché siano distrutti, cancellati, inondati dai fiumi d’acqua viva che sgorgano dal suo cuore. Solo il male non detto non può essere sanato. Nessun medico può curare un malato che dice di essere sano e nessuno va dal medico per dirgli che non è malato. L’altro grande “sacramento” è la sofferenza accettata e vissuta in spirito di riparazione. Questa non fa solo camminare l’anima, ma la fa volare. La soffe­renza e il sacrificio sono le due grandi forze… disarmate, che possono salvare il mondo. È con queste che Gesù ha salvato l’umanità. La più grande grazia da chiedere dunque – più grande anche dei miracoli – è proprio la purifica­zione del cuore che, distruggendo ogni dissomiglianza dovuta al peccato, ricostruirà in noi l’immagine e somiglianza originaria.

Il terzo passo dell’iter della salvezza è il ringraziamento. Il testo evan­gelico narra che mentre nove lebbrosi vanno al tempio a far verificare la loro avvenuta guarigione, il decimo ritorna lodando e rendendo gloria a Dio in Gesù: «Si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo». Dalla guarigione alla lode a Dio e all’adorazione di Gesù. Questo lebbroso è arrivato alla confessione di Gesù come salvatore da adorarsi. Egli non è solo guarito, ma anche salvato. La fede, che guarisce e salva, è la fede nella potenza salvifica di Dio operante in Gesù e attraverso di Lui, è fede in Gesù. Non basta una religiosità rispettosa e ossequiente verso le leggi, come quella di presentarsi ai sacerdoti. Non basta neppure riconoscere in Gesù un maestro, occorre accoglierlo come Salvatore.

Come mai solamente questi, che era uno straniero al popolo di Dio, ritorna a rendere grazie? Gli altri si sentivano forse in diritto di ricevere la guarigione, erano abituati ai benefìci di Dio e non hanno ritenuto dove­roso ringraziare. È il punto che ci dovrebbe toccare di più: possiamo abituarci ai doni di Dio tanto da perdere lo stupore di fronte alla gratuità che ci ha raggiunti, non rendere grazie e non sperimentare la gioia della salvezza. «Ringraziare» significa accettare che Dio sia Dio e che noi siamo uomini. È questo, in certo senso, il sentimento religioso fondamentale. Accettarci per quello che siamo, cioè debitori di tutto («che cos’hai che non hai ricevuto da Dio?»), gente che può dire solo grazie… Il ringrazia­mento è l’anti-peccato per eccellenza, il ribaltamento dell’atteggiamento insito nel peccato. Peccato è rifiutare di dire grazie a Dio, di accettarsi come creature. «Sarai come Dio», cioè senza nessuno cui dover dire gra­zie, pienamente autonomo, non debitore di te stesso ad alcuno: in questi consigli che Lucifero diede all’uomo sta la chiave per capire il suo stesso peccato che è all’origine di ogni peccato.

Ringraziare è riconoscere l’amore di Dio per noi. Per leggere l’amore negli occhi di Gesù bisogna ritornare da Lui, dirgli grazie, stabilire così un rapporto tra Lui, che dona con amore, e noi che riceviamo i suoi doni: solo allora il dono diventa salvezza per noi.

Un ultimo passo dell’itinerario di fede è costituito dal seguire Gesù sulla via, sulla strada: «Alzati e và». Dalla lode e dall’adorazione alla sequela.

Articoli simili