Riflessione al Vangelo della XII Domenica del T. O. Anno B

Nella pagina evangelica di questa domenica, San Marco, narrandoci come Gesù, con una sola parola, calmi i venti impetuosi e le tempeste marine, vuole che ci domandiamo, con gli apostoli: chi è costui? La risposta è quella della fede luminosa e illuminata: Gesù è Dio. Egli non ci libera dalla fatica di essere uomini, dagli imprevisti gioiosi e dolorosi di cui la vita è intessuta, ma condivide con noi le tempeste della vita e ci dona forza e grazia per poterle dominare. Che Gesù sia Dio lo si capisce osservando attentamente i “miracoli, prodigi e segni” che ha compito nella sua missione che il Padre accreditò in tutte le volte in cui Gesù ha manifestato la sua potenza divina. Infatti, si può anche constatare che Gesù, nel fare questi “miracoli–segni”, ha operato nel proprio nome convinto della sua potenza divina, e nello stesso tempo dell’unione più intima con il Padre. Se scorriamo alcuni singoli avvenimenti, registrati dagli evangelisti, ci renderemo conto di quell’arcana presenza nel cui nome Gesù Cristo opera i suoi miracoli. Eccolo, quando rispondendo alle suppliche di un lebbroso che gli dice: “Se vuoi, puoi guarirmi!”, Egli, nella sua umanità, “mosso a compassione”, pronuncia una parola di comando che, in un caso come quello, si addice a Dio, non a un puro uomo: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì” (Mc 1,40-42). E similmente nel caso del paralitico, che è stato calato da un’apertura fatta nel tetto della casa: “Ti ordino, alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua” (Mc 2,1-12). E ancora: nel caso della figlia di Giairo – che ascolteremo domenica prossima – leggiamo che “Egli, presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5,41-42). Nel caso del giovane morto di Nain: “Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e in cominciò a parlare” (Lc 7,14-15).

In quanti di questi episodi si vede affiorare dalle parole di Gesù l’espressione di una volontà e di una potenza a cui Egli si appella interiormente e che esprime, si direbbe, con la massima naturalezza come se appartenesse alla sua stessa condizione più arcana, il potere di dare agli uomini salute, guarigione e addirittura risurrezione e vita!

Un’attenzione particolare merita la risurrezione di Lazzaro, descritta dettagliatamente dal quarto evangelista. Leggiamo: “Gesù… alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì” (Gv 11,41-44). Nella descrizione accurata di questo episodio viene messo in rilievo che Gesù fa risorgere l’amico Lazzaro con la propria potenza e nell’unione strettissima con il Padre. Qui trova conferma l’affermazione di Gesù: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17), e ha una dimostrazione, che si può dire preventiva, ciò che Gesù dirà nel cenacolo, durante il colloquio con gli apostoli nell’ultima cena, sui suoi rapporti col Padre, e anzi sulla sua identità sostanziale con Lui.

I Vangeli mostrano con diversi miracoli–segni come la potenza divina, che opera in Gesù Cristo, si estenda oltre il mondo umano e si manifesti come potere di dominio anche sulle forze della natura. È significativo il caso della tempesta sedata che il Vangelo di questa domenica ci racconta: “Nel frattempo si sollevò un grande tempesta di vento”. Gli apostoli–pescatori spaventati svegliano Gesù che dormiva nella barca. Egli “destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Gli apostoli furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”” (Mc 4,37-41).

La domanda dei discepoli è la grande domanda che popoli interi si sono posti davanti al mistero di Gesù. La risposta è venuta dalla fede dei credenti che, durante i secoli, hanno confessato che Gesù Cristo è il Figlio di Dio incarnato per ottenere con la sua missione storica l’elevazione dell’uomo alla vita divina, oltre il dolore e la morte.

Di fronte ai pericoli più grandi dell’uomo, quelli che rischiano di annientarlo per sempre, si manifesta la cura di Dio per il loro presente, ma soprattutto per il loro futuro. E l’eventuale domanda-rimprovero di Gesù – “non avete ancora fede?” –  è finalizzata a produrre la reazione umana, l’adesione dell’uomo, ma anche la sua collaborazione per non desistere e non arrendersi di fronte al mare o alla storia in tempesta.

Come gli apostoli, anche noi credenti del nostro tempo, dovremmo meglio annunciare l’identità divina del Dio che è amore per gli uomini, perché solo il suo potere, trasmesso a noi, ci può consentire di ritornare ad essere nella storia potenti esecutori della volontà divina, per sedare le tempeste del male e liberarci da ogni mostro della nostra coscienza.

Noi, i credenti, la Chiesa, dobbiamo ottenere da Dio e donare al mondo l’insperata «bonaccia» che Dio è stato capace di creare, il mondo nuovo che Dio, in Cristo, è venuto ad inaugurare sulla terra per portarlo a compimento nell’ultimo giorno.

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