Riflessione sul Vangelo della XIII Domenica del T.O.

A Gesù viene impedito di entrare in un villaggio di Samaria.
A un tale che voleva seguirlo, Gesù gli prospetta le difficoltà. A due altri, che Gesù chiama, raccomanda di seguirlo senza esitazione.
Gesù – dice l’evangelista – «si diresse decisamente verso Gerusa­lemme». Lì, Egli sapeva che l’avrebbero ucciso.
Gesù, dunque, corre verso la morte, per la salvezza dell’uomo.
Possiamo dire che Gesù pone prima l’uomo e poi la propria vita.

Strada facendo, Gesù chiama due uomini alla sua sequela. Ma questi non mettono Gesù al primo posto, né sentono l’entusiasmo di andare subito con Lui: uno chiede di andar prima a seppellire suo padre (cioè attendere prima la morte del padre per seguire Gesù; se fosse già morto, Gesù avrebbe riconosciuto il dovere di seppellirlo), un altro vuole andare a casa a salutare i suoi.

Evidente contrasto: Gesù dà tutto e subito, gli uomini no.

Quei due, però, non chiedono nulla di strano o di esagerato. Forse hanno ragione. Vogliono solo adempiere a dei doveri umani, come sep­pellire il papà e salutare i parenti.

Noi daremmo anche ragione agli «amici» di quel tal signore che furono invitati alle nozze di suo figlio, ma non accettarono perché impegnati: uno doveva sposarsi, un altro doveva provare dei buoi, un altro doveva vedere un campo…

Ma Gesù dà torto a tutti, a noi e a loro.

Anche Gesù disse al primo dei chiamati: «lascia che i morti seppelliscano i loro morti»: cioè lascia che chi non segue me – e quindi è morto – si occupi di ciò che è mortale. Al secondo disse: «Nessuno che mette la mano all’aratro e si volge indietro, è adatto per il regno dei cieli»: chi arava doveva concentrare l’attenzione sull’aratro e sui buoi, se non voleva che la punta dell’aratro, incontrando un ostacolo, si alzasse e lo gettasse a terra.

Chi dà tutto, si aspetta tutto!

Non solo le ricchezze materiali possono essere un ostacolo alla chia­mata (come nel caso del giovane ricco, Mc 10,17-27) ma anche i legami di qualsiasi genere: ma Gesù ricorda:

«Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me: e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

«Se uno viene a me e non odia il padre o la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle ed anche la sua stessa vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26).

«Chi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33). Questo, per farsi «tutto a tutti… per amore del vangelo» (1Cor 9,18-27). Gli apostoli lo fecero: «Ecco, noi abbiamo abban­donato quello che possedevamo e ti abbiamo seguito» (Lc 18,28): «Quale ricompensa ne avremo?» (Mt 19,27).

 Quando Dio sta al primo posto, tutto – anche la vita – passa al secondo, al terzo e al quarto posto.

Dobbiamo chiederci se troviamo il tempo per la messa, per una breve preghiera, per ricordarci semplicemente di Dio durante le occupazioni quotidiane.

Questo discorso vale soprattutto per i chiamati all’unione più intima con Dio nella vita religiosa.

Gesù non ammette tentennamenti

Gesù vuole vedere in noi la certezza che tutto ci verrà restituito nell’altro mondo: «Chi perde la propria vita per me, la ritroverà» (Mt 10,39).

A differenza di Mc e Mt, Luca riferisce – nello stesso contesto – l’immagine del sale o della responsabilità del discepolo: «Il sale è buono: ma se diventa scipito, come può essere condito?» (Lc 14,34s).

Ciò significa che tutti sono resi capaci di seguire Gesù, a meno che – per propria colpa – non si perda il «sapore», la grazia, il dono, il carisma.

Ma Gesù non si vendica, e resta sempre vero che «ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio» (Mc 10,27; Mt 19,26; Lc 18,27).

 

 

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