Riflessione sul Vangelo della XIV Domenica del T. O. Anno C

Il brano del Vangelo ci ha presentato Gesù che chiama altri «settantadue discepoli» e li manda in tutto il mondo e spiega loro come devono compor­tarsi.
Tutti gli Apostoli erano Discepoli, non tutti i Discepoli erano Apostoli nel senso stretto de «I Dodici».
Nel mondo ebraico erano i discepoli a scegliersi il Maestro. Gesù invece è lui a sceglierne ben 72.
Vengono chiamati discepoli anche molti altri che lo seguivano, fra cui alcune donne, le quali lo assistevano coi loro beni (Lc 8,2s), ed altri come Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo ecc.
I discepoli non stavano sempre con Gesù, dopo aver lasciato le reti o il banco delle imposte, ma tutti dovevano mettere Cristo al primo posto, prima anche dei propri genitori (Lc 14.26; Mt 10,37).
loro compito è collaborare con Gesù e gli apostoli nella diffusione del vangelo. Gesù li manda avanti a sé col potere di cacciare i demoni (e questo li riempie di gioia, Lc 10,17-20). Ma Gesù – prima di inviarli – li invita prima di tutto a pregare perché il padrone della messe mandi gli operai che portino la pace ed annuncino che il regno di Dio. Gesù vuole che si preghi, che si chieda al Padre l’invio di molti operai nella sua messe, che deve essere portata tutta nei granai del cielo. Senza il sacerdote il mondo manca della luce di Cristo e della sua grazia, perché a lui è stata consegnata la Parola perché l’annunzi, la grazia perché la distribuisca in abbondanza al mondo intero al fine di condurlo nella salvezza e nella santità della vita.

Ma anche tutti gli uomini e le donne battezzati sono discepoli del Signore mandati in missione ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, è qui in mezzo a noi. Per compiere questa missione essi devono vivere secondo la grande speranza che annunciano.

Dopo più di duemila anni da quando questo annuncio è risuonato, ancora pochi segni del regno si vedono intorno a noi. La redenzione operata dal Cristo non sembra aver portato quelle trasformazioni che i profeti annunciavano per i giorni del messia.

I rumori di guerra in Ucraina – come nelle altre parti del mondo – e la violenza efferata e omicida di uomini fragili e feriti che uccidono chi si pensa di amare – invece che gioia e pace del regno di Dio – riempiono i titoli di tutti i notiziari di ogni parte del mondo.

Gesù è la pace perché è la vita; perché è dono di grazia e di verità. Questa sua ricchezza Lui l’ha donata ai suoi discepoli, da Lui designati e mandati nel mondo per portarla nella verità e nella grazia, nella misericordia e nel perdono, nella giustizia e nella santità che discendono da Dio. Dono e messaggero di pace sono una cosa sola. Il messaggero dona la pace; perché la dia, deve essere anche accolto come datore di essa. Se viene rifiutato, scacciato, lui si riprende la sua pace e tutto ritorna nelle tenebre, nella morte, nella non vita. Il missionario, l’inviato deve avere coscienza di questa sua grande missione. Egli è l’uomo che porta la pace. Se manca di questa coscienza, manca della coscienza della sua missione. Dio lo ha costituito per questo: per dare al mondo la Sua pace nella verità e nella grazia di Cristo Signore. Nessuno può separare pace e missionario, datore e dono, l’uno è nell’altro e con l’altro, insieme stanno, insieme si accolgono, insieme vengono respinti, insieme se ne vanno. La pace si dona e chi la dona è l’inviato di Cristo. Chi lo accoglie, accoglie la pace; chi lo rifiuta, rifiuta la pace. Questa verità deve dire al mondo l’inviato di Cristo, ma anche con questa coscienza egli deve presentarsi ad esso. Inoltre, Gesù si identifica in qualche modo con i suoi apostoli e discepoli, giungendo a dire: «Chi ascolta voi ascolta me, e chi rigetta voi rigetta me» (Lc 10,16). «Io in loro e tu in me, affinché siano perfettamente uno» (Gv 17,22). Essi, come Gesù e in Gesù, sono la luce e il sale della terra.

Quando i settantadue ritornano dalla missione sono felici, sono pieni di gioia perché «anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome» e Gesù ribadisce loro – mandati come agnelli in mezzo ai lupi – «rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». Il nome scritto nel cielo è il nome nuovo scritto nel libro della vita. Solo Dio sa chi veramente siamo, e solo Lui può farci diventare ciò che dovremmo essere: lo vedremo solo dopo, e sarà il nostro nome nuovo, scritto nel libro della vita e nel Cuore di Dio che non verrà mai più cancellato.

Sarà il nostro nome vittorioso che ci introdurrà al banchetto.

Sarà il nostro nome glorioso che avremo forgiato quaggiù col nostro cam­mino doloroso.

Sarà il nostro nome eterno che porteremo scritto in fronte, davanti al trono di Dio e dell’Agnello, di cui contempleremo gli splendori per i secoli senza fine.

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